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Uno sguardo al futuro
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Uno sguardo al futuro

di Gabriele Pelissero - Professore Ordinario di Igiene e Organizzazione Sanitaria all'Università di Pavia

Negli ultimi 100 anni l’Europa è vissuta in uno scenario epidemiologico caratterizzato da una progressiva e costante diminuzione dell’impatto sulla salute delle malattie infettive diffusive, e da un contemporaneo sviluppo delle malattie croniche a carattere per lo più degenerativo.

E’ passato esattamente un secolo dall’ultima grave epidemia che ha interessato il nostro Continente, l’influenza “Spagnola”, e soprattutto nel periodo che inizia al termine della seconda guerra mondiale la sensazione di aver sconfitto uno dei più drammatici flagelli che hanno sempre tormentato l’umanità, l’epidemia, si è radicata nella consapevolezza collettiva, oltre a essere oggetto di innumerevoli osservazioni scientifiche.
Riporto qui un grafico molto usato in Italia nelle facoltà di medicina negli anni ’90, che evidenzia in modo didattico e efficace questo fenomeno, dovuto a una pluralità di fattori (antibiotici, vaccinazioni, miglioramento delle condizioni di vita e dell’igiene delle popolazioni europee).

Dagli anni ’50 dello scorso secolo tutto il nostro modo di vivere si è costruito e organizzato per affrontare al meglio il nuovo scenario epidemiologico.

Le nostre case, i nostri mezzi di trasporto, il nostro cibo, i luoghi e gli edifici che utilizziamo (ospedali, scuole, alberghi, ristoranti, luoghi di svago, caserme, carceri, residenze collettive soprattutto per anziani etc.) tutto è stato costruito e organizzato per vivere in un mondo di malati cronici sempre più anziani, dove la vicinanza e il contatto con le persone non costituisca un rischio ma una opportunità per socializzare e per rendere efficiente l’uso dello spazio.
Il ritorno di una malattia infettiva diffusiva a carattere pandemico, che si trasmette nella prossimità fra le persone e ci aggredisce tramite l’aria che respiriamo (non esclusivamente ma in larghissima misura) ci costringe a rivedere tutto il nostro mondo, a riorganizzare la nostra vita come individui e come comunità, e a ridisegnare le strutture e gli spazi in cui viviamo.

 

Possiamo suddividere, in modo certamente approssimativo, questa nuova esigenza in due fasi, a breve e a medio–lungo termine.
A breve la maggior parte del nostro impegno non può che essere concentrato sulla adozione di misure di prevenzione comportamentali (protezione individuale, distanziamento, sanificazione, quarantena) che incidono fortemente anche sulla nostra capacità lavorativa generando gravi difficoltà economiche.
Oltre alle misure preventive, l’andamento epidemico iniziale comporta un rapido aumento dei casi di malattia che si produce nei grandi e piccoli focolai, con conseguente forte impatto sull’organizzazione sanitaria, soprattutto ospedaliera, che deve rispondere rapidamente a una domanda di prestazioni anche ad alta intensità di cura imprevista e non programmata.
Questa fase si riduce però rapidamente, in pochi mesi se le misure di prevenzione sono adeguate, e si può prolungare con andamento endemo-epidemico e/o con cluster improvvisi isolati fino alla individuazione e alla somministrazione di massa di un vaccino efficace.
Ma altre epidemie compariranno in futuro, e questo pone il problema della seconda fase, a medio-lungo termine.
L’impatto epidemiologico, psicologico, sociale ed economico dell’epidemia da Covid-19 è tale da generare, con ogni probabilità una durevole e diffusa consapevolezza del rischio epidemico nella società moderna, e ciò dovrebbe indurre a mettere in opera interventi strutturali permanenti che modifichino le caratteristiche urbanistiche, architettoniche e funzionali del mondo in cui viviamo, portandoci a progettare le case, gli ospedali, i luoghi di vita comunitaria dalle scuole alle residenze per anziani i mezzi di trasporto collettivi, le stesse città e, ovviamente, tutte le strutture sanitarie a partire dagli ospedali, per renderle meno aggredibili dalla minaccia epidemica. Come nei secoli passati abbiamo costruito acquedotti e fognature, e controllato la catena di produzione e distribuzione dei cibi e delle bevande, così dovremo progettare e costruire un mondo che ci protegga, per quanto possibile, dalle malattie infettive che si diffondono come il Covid-19.
Tutto questo, sia gli interventi a breve che quelli a medio-lungo termine, avrà un costo e richiederà risorse.
E ciò rimanda al prossimo, rilevante problema posto dall’uso delle risorse straordinarie che l’UE ha mobilitato e sta mobilitando, e al loro uso.
In questo momento non sappiamo ancora esattamente come funzioneranno strumenti come il ESM (European Stability Mechanism) o il Recovery Fund o altri che potranno essere sviluppati in ambito comunitario, ma si tratterà sicuramente di una grande quantità di risorse economiche il cui utilizzo efficace non è nè semplice ne rapido.
Sarà dunque importante che tutti i soggetti interessati, a partire dagli operatori sanitari, sviluppino rapidamente una forte capacità progettuale, elaborando proposte razionali e convincenti per accedere alle risorse economiche e impiegarle per la giusta finalità anche in previsione di una loro attenta gestione da parte delle autorità comunitarie.

Il mondo della sanità, di cui le nostre Associazioni fanno autorevolmente parte, ha sicuramente molte cose da dire e molte possibilità concrete per concorrere a creare un mondo più resistente e sicuro rispetto al rischio epidemico. Possiamo iniziare con un breve elenco parziale.
1. Sviluppo della ricerca scientifica
2. Realizzazione di strutture più adatte a ridurre in modo permanente il rischio di contagio
3. Individuazione di tecnologie per la sicurezza ambientale in luoghi ad alto rischio come gli ospedali
4. Completa digitalizzazione dell’attività
5. Sviluppo di tecnologie e procedure di telemedicina
6. Miglioramento dei sistemi di monitoraggio e controllo e in più in generale di tutti i sistemi informativi
7. Incremento della capacità diagnostica, soprattutto con tecniche rapide
8. Sviluppo di nuovi protocolli terapeutici
9. Formazione del personale
Questo, e altro, concorrerà al progetto generale per un mondo più sicuro, capace di affrontare la rinnovata sfida delle malattie infettive diffusive.
Ma per essere protagonisti di questo grande sforzo collettivo tutti noi dobbiamo, da ora, entrare in una nuova dimensione progettuale, ed essere pronti con proposte adeguatamente costruite quando nei prossimi mesi, l’UE comincerà ad investire in questo nuovo grande programma.

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