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Non esiste un caso "Lombardia"

Non esiste un caso "Lombardia"

Autore: Antonella Tuccia/lunedì 27 luglio 2020/Categorie: Lombardia, Mondosalute Newsletter

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Uno studio dei ricercatori di igiene e sanità pubblica dell'Università Vita-Salute San Raffaele, a 70 giorni dall'inizio della pandemia, ha focalizzato la propria ricerca analizzando il tasso di mortalità in 9 grandi aree urbane e metropolitane simili alla Lombardia per densità di popolazione. La percentuale di anziani in Lombardia, doppia rispetto alla media delle regioni europee più colpite dalla pandemia di Covid-19, sarebbe la ragione dei tassi di mortalità grezzi più elevati, che tornano però nella media dopo la standardizzazione per età.

I contagi in Lombardia sono in costante diminuzione, tranquillizzando lo scenario sociale di una delle regioni italiane più martoriate dall'epidemia da Covid 19. Sembrano oramai lontanissimi i giorni della macabra conta dei morti e dei ricoverati in terapia intensiva, del moltiplicarsi dei nuovi casi di infezione. Oggi, i nuovi positivi, distinti tra debolmente positivi, o asintomatici, individuati a seguito di test sierologici, arrivano da piccoli focolai perlopiù all'interno dei gruppi familiari. Una volta identificati, vengono immediatamente isolati, monitorati giorno per giorno, fino alla fine della quarantena.

E' anche tempo di analisi e bilanci, stimolando studi scientifici che sappiano spiegare perché in Lombardia il Coronavirus abbia colpito più duro che altrove. Un contributo fondamentale giunge da uno studio dei ricercatori di igiene e sanità pubblica dell'Università Vita-Salute San Raffaele che a 70 giorni dall'inizio della pandemia ha focalizzato la propria ricerca analizzando il tasso di mortalità in 9 grandi aree urbane e metropolitane simili alla Lombardia per densità di popolazione. I tassi cumulativi standardizzati di mortalità più alti a 70 giorni sono stati registrati nello Stato di New York (296,1 per 100.000), seguito dalla regione di Bruxelles-Capital (177,8), Catalogna (174,0), Comunità autonoma di Madrid (166,6), Lombardia (141), la regione di Stoccolma (137,1) e la Greater London (123,25); tassi più bassi invece sono stati rilevati nelle regioni di Parigi (82,1) e di Copenhagen (44,2). La diversa distribuzione per età delle popolazioni, insieme al notevole aumento della letalità nelle fasce over 70, spiega le differenze nei dati grezzi: si pensi ad esempio che gli over 70 in Lombardia sono il 17 per cento contro il 6,9 in Catalogna, il 7,9 della Greater Londra e il 9,5 della regione di Bruxelles-Capital.
La percentuale di anziani in Lombardia, doppia rispetto alla media delle regioni europee più colpite dalla pandemia di Covid-19, sarebbe la ragione dei tassi di mortalità grezzi più elevati, che tornano però nella media dopo la standardizzazione per età.
Più che di un “caso Lombardia”, con un precedente studio, l'analisi dell'Università Vita-Salute San Raffaele mette in luce che l'epidemia non ha guardato ai confini amministrativi seguendo le vie di comunicazione. L'ha definita l'epidemia di importanti vie di comunicazioni commerciali ed in particolare dell'A21, cioè l'autostrada che tocca le province nel nord Italia maggiormente martoriate. Dati alla mano, le province con il più alto tasso di mortalità per numero di abitanti sono state Piacenza, Bergamo. Lodi, Cremona, Brescia e in misura minore Parma, Alessandria, Lecco e Sondrio.

Se l'ipotesi è che l'estate fili via liscia, gli occhi di tutti sono puntati all'autunno e all'inverno. Possiamo cercare di comprendere che futuro ci attende intervistando Carlo Signorelli, professore ordinario di Igiene dell'Ateneo e primo autore della ricerca.

A che punto siamo?

In questo momento, la Lombardia che ha pagato un prezzo più alto in termini di casi e di morti, é la regione che ha attivato più strumenti epidemiologici e di sorveglianza come test e tamponi. C'è quindi una maggiore capacità di individuare i nuovi casi sul territorio. Riusciamo a identificarli, prima che diventino focolai epidemici.

Come si è arrivati a questo risultato?

Facendo esami in aziende e nelle zone a rischio.

Torniamo allo studio, esiste un caso Lombardia?
Alcune province sono state investite in modo violento. Il 20 febbraio il virus già circolava nella popolazione con numeri importanti. C'è stato un momento molto difficile, che ha generato un alto numero di casi e, ahimé, di morti.

Cosa è cambiato?
Mi ripeto. Nell'ultimo mese i sistemi di sorveglianza epidemiologici hanno consentito di identificare precocemente i nuovi casi e di isolarli. Lo dico anche con un certo ottimismo guardando al futuro.

Perché il virus ha colpito più alcune zone rispetto ad altre?
Storicamente questo tipo di epidemie a trasmissione viaggiano percorrendo le vie di comunicazione e colpendo di più con le zone interessate da scambi commerciali e densamente popolate.

Qual é il punto di forza dello studio?
Abbiamo standardizzato per età. Per capirci, il virus colpisce in maniera letale la popolazione anziana con comorbidità (altre patologie correlate). In Lombardia abbiamo un numero alto di anziani. Il 17 per cento della popolazione è ultrasettantenne. Per questa ragione, il termini assoluti, abbiamo avuto più morti.

Altrove come sono andate le cose?
Peggio che da noi. Eccezion fatta per la Danimarca e L'Ile de France, il distretto di Parigi, che ha prodotto meno morti per motivi che non siamo ancora in grado di dimostrare.

Come ha reagito il sistema ospedaliero in Lombardia?
A mio avviso, nei limiti dell'emergenza, ha reagito bene, raddoppiando il posti in terapia intensiva e il numero di posti letto per i malati Covid.

Milano ha fatto muro, impedendo che l'epidemia dilagasse anche in città. Come è riuscita?

Ritengo che ci siano state due ragioni principali: il lockdown precoce, che ha ridotto fortemente gli interscambi commerciali e il contatto tra le persone. Il fatto che i grandi ospedali milanesi, pubblici e privati, pur ospitando molti pazienti provenienti dalle province più colpite, non sono stati i luoghi dove le infezioni si sono moltiplicate a dismisura, come é accaduto altrove. Merito, forse, di strutture più grandi con possibilità di creare percorsi separati e una cultura della sicurezza tra il personale.

Finalmente, in Lombardia si cammina per strada senza mascherina...

Dopo il lockdown i nuovi contagi si sono manifestati ancora in ambienti ospedalieri e in ambienti socio assistenziali come le Rsa, ma stimo che il 30 per cento dei nuovi casi si sia sviluppato in ambienti domestici. I luoghi all'aperto sono notevolmente meno a rischio di quelli chiusi.

di Nicola Vaglia


occhielloCARLO SIGNORELLI, PROFESSORE ORDINARIO DI IGIENE DELL'UNIVERSITA' VITA-SALUTE DEL SAN RAFFAELE
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